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La ricerca di idrocarburi a Loro Piceno

A Loro Piceno, nell’arco temporale che và dagli anni 1950 al ‘60 circa, si ebbe la speranza che, sia il nostro territorio sia altri limitrofi, avrebbero potuto godere di un nuovo impulso economico grazie ad una particolare ricchezza del sottosuolo.

Per comprendere gli avvenimenti relativi all’estrazione di idrocarburi e alla loro evoluzione è necessario percorrere, sinteticamente, alcuni passaggi storici fondamentali.

Nel 1840 in un’Italia preunitaria nacque il principio demaniale della gestione del sottosuolo; infatti fu superata la concezione del diritto romano, che riconosceva ai proprietari del suolo anche la proprietà del sottosuolo e di qualsiasi minerale in esso contenuto.

Negli stessi anni presero forma i progetti di creazione delle Carte Geologiche a scala nazionale.

Nel 1867 il re Vittorio Emanuele II riconobbe la necessità della creazione di un Comitato Geologico incaricato della pubblicazione della “Grande Carta Geologica del Regno”.

In questi anni iniziarono i primi tentativi di estrazione del petrolio.

Dal 1860 in poi, quando il petrolio divenne una fonte energetica indispensabile per la nascente industria automobilistica mondiale e al tempo stesso il petrolio proveniente dagli Stati Uniti venne immesso sul mercato europeo a un prezzo competitivo, l’Italia si trovò costretta a sviluppare tecniche di ricerca ed estrazione più evolute.

Tra il 1860 e il 1865 ebbero inizio le prime campagne di ricerca sull’appennino emiliano.

Agli inizi del 1900 si ebbe una diminuzione dei prezzi dei derivati del petrolio e il mercato italiano risultò controllato da due grandi compagnie internazionali la Standard e la Shell, proprietarie di quasi tutte le navi cisterna e delle reti di distribuzione.

Il Governo nel 1911 emanò una legge che concedeva un premio di lire 30 per ogni metro perforato oltre 300 m di profondità «nei fori di trivellazione aventi per oggetto la ricerca del petrolio.» Si trattava di una legge che mirava, secondo lo spirito del tempo, a favorire le ricerche petrolifere in Italia, nella convinzione dell’importanza strategica del petrolio per lo sviluppo industriale del Paese. Ma in quegli anni non si avevano a disposizione né una strumentazione idonea, né mezzi e capitali; quindi si ebbero molte ricerche in zone inadatte e a profondità alle quali il petrolio, data la complicata struttura geologica del sottosuolo italiano, non poteva trovarsi, o esistere solo in quantità modeste. I premi furono comunque concessi ma le produzioni nazionali di greggio rimasero scarse per tutto il quindicennio 1910-1925.

Nel 1926 venne fondata l’Azienda Generale Italiana dei Petroli (A.G.I.P.) che, negli anni successivi, consentì all’Italia l’esplorazione, oltre che nei confini nazionali, anche in aree intrinsecamente legate all’azione di diplomazia energetica italiana, quali la Romania, l’Albania, l’Egitto e la Libia. Dai primi anni del 1930 fino all’inizio della Seconda Guerra Mondiale le produzioni nazionali fecero registrare picchi storici di incremento.

“Il 10 giugno 1940, una squadra sismica Western Geophysical Company, arrivata in Italia nel gennaio 1940, con caposquadra ed osservatori texani, integrata con personale Agip e manovalanza assunta sul posto, iniziò a rilevare alcune aree nel piacentino, definendo approssimativamente le strutture geologiche, potenziali serbatoi di idrocarburi, di San Giorgio Piacentino, Podenzano e Cortemaggiore.

La Western, fondata nel 1933 da un italo-americano, Henry Salvatori, un abruzzese di Tocco Casauria che, con 9000 $ di capitale, costruì ed attrezzò dal niente in Texas una squadra sismica a riflessione, era alla sua prima esperienza all’estero. Nel 1940 la Western aveva già 7 squadre terrestri ed una marina e sarebbe diventata presto una delle prime 3 società contrattiste di geofisica al mondo. La collaborazione Agip-Western durò per 50 anni e contribuì ad eseguire i primi rilievi offshore Agip in Adriatico ed Egitto, a realizzare in Italia il primo Centro di Elaborazione digitale per dati sismici e ad innumerevoli altre attività, sia in Italia che all’Estero”. (Da APVE- Storia dei gruppi geofisici dell’AGIP).

Sin dagli anni ’40, infatti, e durante la Seconda Guerra Mondiale, l’A.G.I.P. sperimentò in Pianura Padana una tecnica innovativa di esplorazione geofisica: la sismica a riflessione(1) che aprì ad una nuova stagione di scoperte e di approccio all’analisi del sottosuolo per il rilevamento di idrocarburi.

La direzione A.G.I.P., inviò un team di persone in America e venne stipulato un contratto per l’acquisizione della sismica a riflessione con la “Western Geophysical Company” in gran parte della Pianura Padana.

La prima squadra della Western iniziò i lavori nei primi mesi del 1940 e continuò su gran parte della Pianura Padana, anche dopo il 10 giugno (dichiarazione di guerra) e dopo l’armistizio del settembre 1943.

Gli addetti della Western e dell’ A.G.I.P. continuarono le operazioni in mezzo a numerose difficoltà e già nel maggio 1944, nella Pianura Padana, fu scoperto da A.G.I.P. il giacimento gassifero di Caviaga che diventerà poi, il primo grande giacimento di gas in Italia. Il campo di Caviaga nel marzo 1946 iniziò ad erogare notevoli quantità di gas e a mettere a disposizione dell’industria una fonte di energia a prezzi concorrenziali.

Il 1946 segnò un nuovo inizio per l’Italia che, con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, diede origine alla separazione tra il servizio minerario, che venne assegnato al Ministero dell’Industria e del Commercio, e l’organizzazione territoriale che rimase al Corpo delle Miniere e ai Distretti Minerari. Nelle regioni a statuto speciale con forte vocazione mineraria, come la regione Sicilia, il Corpo delle Miniere diventò regionale.

Nell’immediato dopoguerra il governo italiano diede incarico ad Enrico Mattei di smantellare l’A.G.I.P.. Nel 1945 fu nominato commissario liquidatore dell’ A.G.I.P., creata nel 1926 dal regime fascista. Mattei invece di seguire le istruzioni del governo, riorganizzò l’azienda, fondando nel 1953 l’Ente Nazionale Idrocarburi (E.N.I.), di cui l’ A.G.I.P. divenne la struttura portante. Sotto la sua guida, l’E.N.I. diventò una multinazionale del petrolio, protagonista del miracolo economico postbellico.

L’evento scatenò l’opposizione delle compagnie americane, che premevano per ottenere dal governo italiano la liberalizzazione della Valle Padana.

Nel 1950 si arrivò a produrre 300 milioni di metri cubi di gas, dai 12 milioni del 1946.

Nel 1951 venne scoperto il campo a gas a condensati (l’estrazione e la lavorazione del gas naturale produce anche una quantità significativa di condensati, essi sono idrocarburi che vengono estratti accanto al gas naturale) di Cortemaggiore, dove nacque la formula “Super Cortemaggiore – la potente benzina italiana”, nota in tutte le stazioni di servizio e di rifornimento A.G.I.P. sulla rete stradale.

Nel contempo nacquero nuove realtà quali l’ANIC (Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili, è stato il nome di una azienda di Stato operante nel settore petrolchimico), la SAIPEM (Saipem S.p.A. è una società per azioni costituita nel 1956 e operante nel settore della prestazione di servizi per il settore dell’energia e delle infrastrutture, leader globale nei servizi di ingegneria per la progettazione, la realizzazione e l’esercizio di infrastrutture e impianti complessi nel settore dell’energia) , la SNAM PROGETTI (fondata nel 1956 da Eni si interessò di  progetti e costruzioni di condotte come gasdotti e oleodotti) e la SNAM (Società Nazionale Metanodotti è una società di infrastrutture energetiche. È il primo operatore europeo nel trasporto del gas naturale, nello stoccaggio e immagazzinamento di gas naturale e nella rigassificazione del gas naturale liquefatto) che Mattei raggrupperà nell’E.N.I.

L’esplorazione e la conseguente produzione si estese a tutta la valle del Po per continuare poi nel mare Adriatico.

Mattei rivolse l’attenzione oltre il Mediterraneo. La necessità di portare energia nel nostro Paese lo spinse ad oltrepassare i confini nazionali. Nel 1952 incontrò il presidente egiziano Nasser. Venne firmato il contratto innovativo del 75% – 25% (cosiddetta “Formula Mattei”. La “formula” prevedeva di non entrare più nei Paesi produttori di petrolio e gas come normali “clienti”, pronti a strappare i prezzi più vantaggiosi per le risorse energetiche da acquistare, ma instaurare una forma di cooperazione di contratti) che scosse il mondo petrolifero internazionale e suscitò il rancore e il disappunto delle maggiori compagnie inglesi e americane.

La stessa “formula” venne proposta da Mattei in altri paesi.

Il 27 ottobre 1962 l’aereo con cui Mattei stava tornando a Milano da Catania, precipitò nelle campagne di Bascapè mentre era in fase di avvicinamento all’aeroporto di Linate. Sull’evento non venne mai fatta chiarezza definitiva e cioè se le cause dell’incidente erano da attribuire a problemi meccanici o ad un attentato.

Mentre si intensificarono le campagne di perforazioni, il Ministero dell’Industria e del Commercio periodicamente pubblicava i risultati delle attività di perforazione sul territorio nazionale. Vengono riportati solo tre grafici per comprendere l’incremento delle attività di perforazione:

Il 1973, in particolare, segnò l’inizio di una nuova fase in cui si diffuse la consapevolezza che i rifornimenti energetici dell’Italia erano particolarmente a rischio e si cominciò a rafforzare la via della diversificazione del mix energetico cioè dell’insieme di fonti energetiche primarie utilizzate per la produzione dell’energia elettrica.

Negli anni ’70 nonostante l’andamento della produzione petrolifera italiana facesse registrare un aumento, sia per questioni di strategia sia come risultato della grande attività di ricerca degli anni precedenti, si iniziò tuttavia a parlare di “austerità” e di crisi. Il calo delle produzioni che caratterizzò gli anni seguenti e la successiva ripresa negli anni novanta, rivelarono pertanto la natura ciclica del settore.

I primi anni ’80 conobbero diversi e importanti interventi nel campo delle risorse energetiche: le frequenti crisi del settore petrolifero indussero il governo italiano a potenziare la rete di distribuzione per consentire una diffusione sempre più capillare dell’utilizzo del gas naturale e per garantire una più equa distribuzione geografica della risorsa che penalizzava il sud dell’Italia.

Dagli anni ’90 ad oggi l’A.G.I.P., poi incorporata in E.N.I. è un colosso a livello internazionale, presente in molti Paesi (61 attualmente) sia nei deserti sia nei mari, dalla Cina al Caspio, all’Africa del Nord, in Mozambico, in Angola, Congo, Ghana, ecc.

Fu proprio tra gli anni ’50 e ’60, dopo la nascita dell’E.N.I., che l’esplorazione nell’Italia, per la ricerca del petrolio, subì un’accelerazione e fu proprio in questo decennio che anche a Loro Piceno nacquero speranze economiche per un futuro diverso, come testimoniano i quotidiani del tempo:

Dal Resto del Carlino del 7 ottobre 1958:

“SI RICERCANO METANO E PETROLIO
UNA GIGANTESCA TORRE DI TRIVELLAZIONE STA ESPLORANDO IL SOTTOSUOLO DI LORO PICENO


L’imponente attrezzatura, alta 50 m, sorge a un chilometro dal comune. Voti e speranze per un migliore avvenire dell’economia provinciale.
Il comune di Loro Piceno si appresta a diventare la zona mineraria della provincia maceratese. E’ recente infatti il rinvenimento in quel sottosuolo di una importantissima falda di acque salsobromoiodiche, le cui percentuali saline sono risultate elevatissime (si è parlato addirittura di acque più ricche del mondo). Ora però che, lungo la strada Loro- Mogliano è sorta una gigantesca torre di perforazione, alta 50 m, e che le trivelle cercano metano e petrolio a più di 3000 metri di profondità, è proprio il caso di dire che Loro Piceno ha trovato nella Natura una madre particolarmente generosa.
Prima di addentrarci ad illustrare i grandi vantaggi che potrebbero derivare all’intera provincia dalla positiva riuscita dell’esperimento in corso, è necessario premettere un particolare di decisiva importanza: una trivellazione è pur sempre un tentativo e non è detto che quando sorge la torre esplorativa, sicuramente andrò a sgorgare il petrolio. Tuttavia è logico che una tale attrezzatura (torre di 50 m, 8 motori diesel, gru, pompe, depositi di acqua e carburante, coltelli di perforazione di diamante), si parla di circa un miliardo di capitale, presuppone almeno buone speranze di qualche futuro successo. Evidentemente i prelievi di terra e le conseguenti analisi hanno dato esito positivo e fin da ora si può sperare che metano o petrolio Loro Piceno qualche cosa possa tirar fuori dal suo terreno. Nel caso in cui il popoloso comune della nostra provincia potesse produrre notevole quantità di metano o di petrolio senza esagerazione, l’economia dell’intero maceratese potrebbe progredire in pochi anni, fino a raggiungere un livello discreto. I grandi capitali investiti, il notevole profitto dell’Industria petrolifera e metanifera fanno sì che queste imprese riescano sempre a mutare il volto economico delle zone in cui si sviluppano. Senza considerare poi, che la stessa organizzazione industriale, indipendentemente dalla maggiore o minore possibilità di ampliamento e di frazionamento in succursali Industrie collaterali è fonte di benessere a causa dell’assorbimento di manodopera.
In effetti, il comune di Loro Piceno ospita già varie famiglie di addetti alle trivellazioni e ciò costituisce elemento capace di aumentare, sia pure di poco, la circolazione monetaria. In attesa che dalla trivella che sta macinando terra a un chilometro da Loro Piceno possa venire la notizia che l’intera provincia si attende, si levano fervidi i voti dei loresi, la cui terra, delusione a parte, sembra avere tesori nascosti, oltre quelli evidenti come l’uva succosa e le messi dorate”.

Già nel biennio precedente erano state inoltrate delle domande di Permessi di ricerca al Ministero dell’Industria e del Commercio.

Occorre chiarire che, prima di avviare qualsiasi operazione nel sottosuolo per la ricerca di idrocarburi, bisogna richiedere: 

  1. Un Permesso di prospezione, nel nostro caso di prospezione geofisica, consistente in un permesso di ricerca, che può richiedere anni e l’impiego di tecnici specializzati soprattutto geologi e geofisici, per individuare dei bacini di sedimentazione, dove si sono accumulati resti di organismi viventi e detriti inorganici. La misurazione di determinate grandezze geofisiche permette di comprendere la struttura geologica del sottosuolo, la presenza di giacimenti minerari solidi, fluidi e gassosi, o di falde acquifere. Per la ricerca di idrocarburi ci si avvale dei metodi della sismica a riflessione e a rifrazione.
  2. Se dalla Prospezione geofisica si ottengono buoni risultati si richiede il Permesso di ricerca, che è un titolo esclusivo, rilasciato su richiesta della compagnia petrolifera, che presenta il programma di ricerca che intende sviluppare e gli studi geologici e geofisici che motivano la scelta dell’area sulla base della possibile presenza di idrocarburi liquidi/gassosi.
  3. Infine se il Permesso di ricerca conduce ad un esito positivo, si fa domanda di Istanza di concessione di coltivazione per idrocarburi in terraferma poiché le attività estrattive possono essere avviate solo dopo il rilascio di tale concessione, conferita a seguito dell’esito positivo delle attività di ricerca di idrocarburi. La concessione di coltivazione viene conferita al titolare del permesso di ricerca che abbia rinvenuto idrocarburi liquidi e gassosi e che dimostri di avere adeguati requisiti economici e tecnici che permettano il “buon governo” del giacimento.

Le ditte che acquisivano i Permessi di ricerca, per poter procedere dovevano rispettare delle condizioni contrattuali.

Solo alcune tra le più importanti:

  1. Corrispondere allo Stato un diritto annuo per ogni ettaro di superficie compresa nell’area del permesso. Il canone per l’annata era dovuto integralmente anche in caso di revoca, decadenza e rinuncia totale o parziale del permesso;
  2. Provvedere alla delimitazione sul terreno, a propria cura e spese, sotto il controllo degli enti preposti (Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi);
  3. Redigere appositi verbali di verifica dei dati e dei confini;
  4. Contrassegnare ogni pozzo in modo da renderne sicura la individuazione sul campo;
  5. Trasmettere alla Sezione Idrocarburi i diagrammi rilevati nei pozzi;
  6.  Inviare alla Direzione Generale delle Miniere e alla Sezione Idrocarburi, il profilo geologico del foro, corredato da grafici e notizie relative alle operazioni eseguite ed ai risultati ottenuti;
  7. Non sospendere i lavori di ricerca se non espressamente autorizzata dalla Sezione Idrocarburi;
  8. Comunicare immediatamente il rinvenimento oltre che di idrocarburi e di ogni altra sostanza minerale ed energia del sottosuolo, industrialmente utilizzabile, anche il rinvenimento di falde di acque dolci che potevano avere importanza anche locale. Nel caso di ritrovamento di idrocarburi, iniziare le prove di produzione e condurre le medesime ininterrottamente fino ai risultati conclusivi;
  9. Comunicare durante il periodo delle prove, tutti i dati tecnici inerenti alle prove stesse attraverso la redazione di apposito verbale;
  10. Sistemare il pozzo produttivo di olio o di gas, in modo da permettere la pronta lettura della pressione statica e di erogazione per consentire l’esecuzione di eventuali misurazioni ed il prelievo di campioni fluidi rinvenuti.

Con la concessione di coltivazione, la società permissionaria doveva presentare anche il programma di sviluppo del campo di coltivazione del giacimento (cioè della produzione, con l’obiettivo di massimizzarla), che doveva essere esteso a tutta l’area richiesta in concessione, con l’ indicazione del numero e della potenzialità degli impianti di perforazione che essa si impegnava ad impiegare per lo sviluppo del campo di coltivazione stesso e il termine entro il quale tale programma veniva completato. Nel programma di sviluppo la concessionaria era tenuta ad indicare i lavori di ricerca che si impegnava ad effettuare nell’ambito della concessione con esplicita menzione dei macchinari e degli altri mezzi da destinare a tale attività.
La permissionaria, nel caso in cui intendesse abbandonare il pozzo ritenuto sterile o non suscettibile di assicurare una produzione in quantità commerciale, doveva chiedere la preventiva autorizzazione alle Sezione Idrocarburi precisando il piano di sistemazione del pozzo stesso.

La storia di Loro Piceno durante gli anni 1956/’58 fu segnata da una serie di novità relative prima a Permessi di Prospezione, poi di Ricerca. Tutta la popolazione ne divenne partecipe o come curioso osservatore a distanza o come partecipante alle operazioni stesse in quanto la ditta concessionaria cercò operai anche sul nostro territorio.

Già al termine del 1956, nel mese di ottobre, al sindaco del comune di Loro Piceno unitamente ai sindaci dei comuni di Macerata, San Ginesio, Ripe San Ginesio, Sant’Angelo in Pontano, Penna San Giovanni, Monte San Martino, Sarnano, Gualdo, Urbisaglia, Tolentino, Camporotondo, Cessapalombo, Caldarola, Belforte del Chienti, Pollenza, Treia, Petriolo, Mogliano e Corridonia fu inviata, dalla Questura di Macerata, la notifica di licenza (data al geometra Alberto Chiari per conto della Western Geophisical Company) per il brillamento di mine allo scopo di procedere alle indagini geofisiche. Si precisa che il rilascio di tale licenza comprendeva i mesi di novembre, dicembre e gennaio 1957. In tali mesi sarebbero stati effettuati rilievi sismici cioè rilievi preliminari alla individuazione di eventuali “serbatoi” attraverso la conoscenza della struttura e delle caratteristiche stratigrafiche del sottosuolo a varie profondità. (Permessi di ricerca).

In quegli anni anche altri territori comunali della provincia furono interessati da Permessi di ricerca, come testimonia il Resto del Carlino del 6 dicembre 1956:

A Macerata “Esplorerà il nostro sottosuolo una potentissima sonda dell’A.G.I.P.
Alla Pieve di Sforzacosta presso il Boschetto Ricci ci sono state trivellazioni in tre distinti punti dove sono state già effettuate le rilevazioni sismiche che avrebbero consigliato, con i risultati probatori ottenuti, di passare alla fase della ricerca. E’ la prima volta che si tenta nelle vicinanze di Macerata… Sarebbe per la nostra città e non solo per essa, ma anche per la provincia e la regione marchigiana, una incalcolabile ricchezza se il tentativo dell’A.G.I.P. Mineraria, fosse coronato da successo.“

Rintracciati i dati ufficiali possiamo affermare che nel B.U.I. (Bollettino Ufficiale degli Idrocarburi) del 31 luglio 1957, tra le domande di Permessi di ricerca nella terraferma, presentate al Ministero dell’Industria e del Commercio troviamo che la società PETROSUD(2) chiese un Permesso di Ricerca nelle “Marche Meridionali”. Esso venne rilasciato a decorrere dal 13/2/1957 per le operazioni sia nel comune di Loro Piceno sia nei comuni di Force, Offida, Cupra Marittima e Tortoreto.

Per Loro Piceno la superficie richiesta risulta di Ha 1.617 circa, segnata sulla mappa del foglio IGM ai N° 124 e 125, (N° di riferimento 60).

L’area denominata ”Loro Piceno” per la quale venne rilasciato il permesso aveva le seguenti coordinate dei vertici:

VerticeLongitudine
Monte Mario
Latitudine
A0° 55′ 46″ E43° 7′ 42″
B0° 55′ 48″ E43° 11′ 40″
C0° 59′ 44″ E43° 12′ 45″
D1° 1′ 53″ E43° 11′ 50″‘
E1° 2′ 20″ E43° 12′ 10″
F1° 6′ 27″ E43° 6′ 20″‘
G0°59′ 00″ E43° 3′ 26″

Le coordinate di tali vertici, convertite  nel sistema di coordinate geografiche WGS84 in Google Maps (poiché il sistema satellitare di navigazione GPS utilizza il WGS84) ci permettono di individuare l’area denominata “Loro Piceno” di  km² 161 circa.

In data 23 giugno 1958, la Western Ricerche Geofisiche (che operava in Italia per conto della Western Geophysical) dopo aver acquisito tutte le necessarie autorizzazioni dagli organi competenti, chiese il nulla osta al sindaco di Loro Piceno in quanto venne comunicato che sul territorio comunale (squadra sismica F-5 ) erano in corso ricerche di idrocarburi (Società PETROSUD). Venne chiarito che a tale scopo era necessario far brillare in pozzetti perforati idonee cariche di esplosivo che potevano provocare lievi danni. In tal caso si sarebbe provveduto ad un pronto risarcimento.

Nel B.U.I. del 15 ottobre 1958, troviamo tra i titoli minerari richiesti o concessi nella terraferma, sulla base di nuove domande pervenute al Ministero dell’Industria e del Commercio, la domanda di Permesso di Ricerca zona « Urbisaglia ». Viene specificato che il lato C-D coincide con il lato A-B del permesso « Loro Piceno » già accordato alla Società PETROSUD.

A questa richiesta venne allegata una riproduzione a scala ridotta del piano topografico del Permesso di Ricerca richiesto, presente alla Tav. n. 90. La superficie viene riportata come coperta da vincolo minerario a favore di terzi, ricadente nel perimetro (zona coperta da tratteggio nella planimetria allegata):

Il vincolo minerario a favore di terzi implicava che, alla scoperta di un giacimento, lo Stato diveniva proprietario del sito minerario e veniva attribuita la Concessione di Coltivazione (cioè la produzione, con l’obiettivo di massimizzarla) a terzi, secondo le norme allora previste.
All’esaurimento della miniera veniva a cadere il vincolo minerario e l’area ritornava nella piena disponibilità del proprietario.

Alla data del 30 settembre 1958 la ditta titolare del Permesso di Ricerca nella terraferma sul territorio di Loro Piceno, la PETROSUD acquisì un provvedimento di proroga e conferma nel territorio.

Fu un mese dopo e precisamente nell’ottobre del 1958 che iniziarono i lavori di perforazione sul territorio lorese, suscitando la curiosità, l’interesse e forse la speranza di alcuni.

Prima del loro inizio, sempre nell’ottobre del 1958, l’ingegnere Ciniro Bettini(3) sottoscrisse alla presenza dell’allora vice sindaco del comune di Loro Piceno, Giovanni Ceriscioli e del segretario comunale, il verbale di dichiarazione di “Esercizio di miniere, cave e torbiere” (un inizio lavori riconosciuto e autorizzato) dichiarandosi esercente della ricerca di idrocarburi denominata “Loro Piceno 001”, mentre la direzione dei lavori sarebbe stata affidata al geometra Luigi Percudani e la sorveglianza del cantiere sarebbe stata a carico dell’ingegnere Giancarlo Salvi.
I lavori di trivellazione sarebbero iniziati nei giorni successivi in una zona ben precisa, mentre il Permesso di Ricerca inglobava un’area molto più ampia.

Iniziò la perforazione del pozzo Loro Piceno 001, contraddistinto con il codice N° 3345.

Tale inizio venne ricordato dal Resto del Carlino del 22 ottobre 1958:

“CON L’INTERVENTO DEL PREFETTO
INIZIATA A LORO PICENO LA RICERCA DEL METANO
IL VIA ALLA TRIVELLA DI PERFORAZIONE


Con una austera quanto significativa cerimonia è stato dato il via, nel territorio del comune di Loro Piceno, alla perforazione del suolo con una potentissima trivella che scruterà le viscere della terra alla ricerca di petrolio o di prodotti metaniferi.
All’inaugurazione dei lavori erano presenti le maggiori autorità della provincia, con a capo il Prefetto di Macerata dottor Luigi Fabiani, che è stato ricevuto dal sindaco Cavalier Mario Morelli.
Il Prefetto, messo in capo il tradizionale elmetto da minatore, è salito su di un ponte posto sopra la torre di perforazione e ha dato il via alla trivella, che ha così iniziato il suo lavoro di sondaggio del terreno”.

Il servizio geologico per la mappatura del sottosuolo e la descrizione stratigrafica fu fornito dall’Agip Mineraria.

Le coordinate geografiche con riferimento longitudine Monte Mario (Roma) 00°-58’-20.00’’E, 43°-10’-07.20’’convertite al meridiano di Greenwich localizzano la posizione del pozzo lungo la strada che da Loro Piceno conduce a Mogliano.

Localizzazione pozzo N°3345 (43°10’07.20’’N e 13°25’28.400’’E – conversione da Monte Mario a Greenwich)

I lavori di perforazione ci restituiscono varie informazioni.

Stratigrafia del pozzo N° 3345- ottobre 1958, giugno1959

Dall’analisi della stratigrafia del pozzo N° 3345 si acquisisce l’informazione che l’impianto era un National 80B, che per le sue caratteristiche escludeva l’utilizzo del “Top Drive ” (una tecnologia di perforazione attuale la quale prevede l’utilizzo di un grosso motore denominato top drive . Il top drive imprime direttamente la rotazione a tutta la batteria di aste in pozzo. Questo sistema consente di perforare una lunghezza pari a tre aste per volta senza ricorrere al cambio asta dopo una singola asta perforata) in quanto la torre non presenta le guide necessarie.  Quindi era la tavola rotary che imprimeva il moto rotatorio all’ “asta quadra” alle quale si avvitavano, una dopo l’altra, le aste della batteria.

Il “Profilo Pozzo” riporta le profondità e i diametri dei tubi di rivestimento (casing), ma non i diametri degli scalpelli usati. Di seguito si desumono le seguenti fasi:

Fase 1:
-Perforato da 0,00 (tavola rotary) a m -355,70  con scalpello Ø 17 1/2″ (44,5 cm dato presunto)
-Tubato a giorno fino a m -355,70  con casing Ø  13 3/8″ (33,97 cm) cementato a giorno.
Fase 2:
-Perforato da m -355,70 a m -2140,2  con scalpello Ø 12 1/4″ (31,1 cm dato presunto)
-Tubato a giorno fino a m -2140,2 con casing Ø  9  5/8″ (24,46 cm) cementato fino a m -1620
Fase 3:
-Perforato da -2140,2 a m -4003,5 (fondo pozzo) con scalpello Ø 8  1/4″ (20,9 cm dato presunto)
-foro aperto  da m -2140,2 a m – 4003,5 (fondo pozzo ) effettuata chiusura mineraria.

Dal pozzo sono state estratte n° 28 carote di varia lunghezza per la verifica della sequenza litologica.

In assenza di sezione sismica, si può immaginare che il programma di perforazione prevedesse di raggiungere la formazione geologica “Dogger-Malm-Lias” potenzialmente produttiva. In caso di esito positivo il pozzo sarebbe stato tubato al fondo con tecniche utili per la messa in produzione, ma essendo risultato sterile si è proceduto direttamente (terminata la perforazione) alla chiusura mineraria che ha reso superflua l’ulteriore tubazione.

La Ditta PETROSUD concessionaria del Permesso di Ricerca, come già detto, cercò operai anche localmente, infatti diversi loresi vennero assunti. Nell’archivio storico comunale è presente un documento che attesta l’assunzione di Ilario Contigiani e Enrico Cappelletti alla data del 12 novembre 1958.

Nel B.U.I. del 25 febbraio 1959 viene ancora riportato il Permesso di Ricerca nella terraferma denominato “Loro Piceno” (ex Marche Meridionali) del quale è titolare la Ditta PETROSUD Spa, la quale ottenne una prima e una seconda proroga. Quest’ultima datata 13/2/1959. La scadenza del permesso sarebbe avvenuta alla data del 12/2/1961. Per completezza di informazioni, la PETROSUD in quegli anni era una società a capitale privato misto italo-americano (50 per cento della Montecatini e 50 per cento della Gulf Oil) e l’allora ministro dei Lavori Pubblici, Giuseppe Togni (durata mandato dal 20 maggio 1957 al 27 luglio 1960) ex funzionario della Montecatini, concesse vari permessi di ricerche alla PETROSUD.

Tornando alle operazioni di perforazione queste permisero di redigere una serie di documenti tra i quali la stratigrafia completa del terreno e il profilo finale del pozzo (codice 204). Lo scopo esplorativo per il quale era stata richiesta la concessione non dette gli esiti sperati.

Il pozzo fu dichiarato sterile e le operazioni di perforazione si conclusero nel giugno del 1959 dopo aver raggiunto la profondità di metri 4003,50. Fu considerato uno dei pozzi più profondi per quegli anni.  

Nel decennio di interesse le domande di concessione e le perforazioni proseguirono a ritmi sostenuti, infatti sempre nel B.U.I. del 1959 si leggono i dati relativi agli ettari complessivi concessi e permessi a ricerca nell’”Italia Centrale”. Quest’ ultima risulta seconda solo all’”Italia Insulare”, da sempre ricca di giacimenti nel sottosuolo, con concessioni e permessi per una superficie di oltre 1.250.000 ettari.

All’interno del B.U.I. del 20 gennaio 1960 tra i permessi di ricerca concessi nella terraferma, compare ancora il permesso denominato “Loro Piceno” (ex Marche Meridionali). Non si giunse alla scadenza del permesso (12 febbraio 1961) in quanto, come già detto, le operazioni di perforazione sul territorio lorese del pozzo N° 3345 si fermarono nel mese di giugno del ’59 poiché venne classificato “improduttivo”.

Nel B.U.I. del 25/07/1960 viene pubblicata la “Classificazione per scopi e per profondità dei pozzi ultimati negli anni 1958 e 1959” in cui i pozzi di piccola profondità sono classificati quelli fino a 1200 metri, di media profondità quelli tra i 1200 e 2400 metri e di grande profondità quelli oltre i 2400 metri.

A luglio del 1959 il pozzo di esplorazione più profondo risultava essere quello di Ugento (Lecce) realizzato della permissionaria Agip Mineraria che raggiunse i 4535,20 m. Ma tra i pozzi di esplorazione di grande profondità e che superarono i 3000 m, (9 in totale) c’è anche quello di Loro Piceno, che come detto raggiunse la profondità di 4003,50 metri.

Al termine del 1959, la provincia di Macerata non compare più tra le provincie delle Marche che producono idrocarburi naturali liquidi e gassosi.

Nello storico dell’elenco dei pozzi perforati in Italia dal 1895 al 2016 (con aggiornamento al 17 novembre 2016) vengono riportati i dati relativi al pozzo Loro Piceno 001 con codice 3345:


Note:

(1) La Geofisica rappresenta nella storia dell’esplorazione e produzione di una società petrolifera, l’attività di base, perché è indispensabile e fondamentale per la scoperta dei giacimenti di petrolio e gas. Senza la Geofisica e in particolare senza la Sismica a Riflessione, è praticamente impossibile la loro individuazione.

La svolta avutasi in Italia nell’Esplorazione e Produzione degli idrocarburi all’inizio degli anni quaranta è dovuta appunto all’impiego del metodo della sismica riflessione, che l’Agip introdusse, prima in Europa. Questo metodo dà una ecografia del sottosuolo, con la definizione dell’andamento degli strati geologici in profondità, permette l’individuazione delle zone favorevoli per l’accumulo dell’olio e del gas, tipicamente, essa si basa sull’analisi della risposta del terreno alla sollecitazione di una sorgente impulsiva, come dinamite o altre fonti di energia. La sismica a riflessione analizza i tempi che intercorrono tra l’istante di generazione di un impulso elastico e l’istante di ricezione in superficie, dopo una o più riflessioni da parte di altrettante superfici riflettenti. Tale metodologia sfrutta le proprietà elastiche del terreno: ogni superficie che marca un passaggio litologico, sia essa di carattere stratigrafico o tettonico, rappresenta una discontinuità in grado di riflettere parte dell’energia sismica indotta nel sottosuolo. I raggi sismici generati dalla sorgente (S), si rifletteranno sulle interfacce che separano i diversi corpi presenti nel sottosuolo. I segnali riflessi, registrati in superficie da appositi ricevitori (geofoni o idrofoni, a seconda che si stia conducendo un’indagine delle aree emerse o di quelle sommerse) ed opportunamente elaborati, permetteranno di produrre delle sezioni sismiche in grado di mettere in evidenza l’esistenza di orizzonti caratterizzati da diversa impedenza acustica, di determinarne la profondità, di studiarne la geometria e di trarre elementi di giudizio sulle caratteristiche strutturali dell’area indagata .

Sismica a riflessione

Negli Stati Uniti, che è stato il Paese dove la ricerca petrolifera ha avuto il maggiore sviluppo, la sismica a riflessione si era imposta sin dalla fine degli anni venti. In Europa la sismica era conosciuta a livello teorico, ma non aveva avuto pratica applicazione nell’esplorazione. L’Agip, seguendo le indicazioni dell’allora capo della sezione geofisica, l’ing. Tiziano Rocco (1908 – 1983) decise di provare la sismica a riflessione nella Pianura Padana, che i geologi indicavano come un bacino interessante per la presenza di idrocarburi.

https://pionierieni.it/wp-content/uploads/2017/07/I-gruppi-sismici-e-gravimetrici-Agip-dal-1930-al-1971.pdf

(2) La Petrosud (società del gruppo Montecatini),  fu una ditta che già nel 1955 scoprì, in provincia di Pescara, il giacimento petrolifero di Cigno, con il pozzo Cigno 1 perforato fino alla profondità di 776 metri, che trovò impregnate di petrolio delle calcareniti oligoceniche a partire dalla profondità di 700 metri. Il campo venne sviluppato con la perforazione di 25 pozzi.

Nel 1958, in provincia di Teramo, con il pozzo Cellino 1, sempre la PETROSUD, scoprì il campo gassifero di Cellino, costituito da livelli di sabbie plioceniche entro una formazione di origine torbiditica. Il campo venne sviluppato con una trentina di pozzi.

https://it.wikipedia.org/wiki/Ricerca_e_produzione_di_idrocarburi_in_Italia

(3) L’ingegner Ciniro Bettini nacque a Cremona nel 1902 e morì a Viareggio nel 1974. Laureato in ingegneria meccanica mineraria, fu assunto dalla Montecatini nel 1927. Fu capo servizio a Perticara, una frazione appartenente al comune di Novafeltria in provincia di Rimini, dal 1932 al 1935. Dal 1937 al 1941 fu in Africa per conto della Montecatini alla guida di spedizioni geologico-minerarie nell’Africa Orientale Italiana (dall’Etiopia all’Eritrea, alla Somalia). Dal 1941 al 1942 fu inviato in Albania. Dalla seconda metà del 1942 sino al 1951, tornò a Perticara dove fu designato a dirigere la Miniera di zolfo acquistata a prezzi fallimentari dalla Società Montecatini nel 1917. Fra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale la miniera divenne una delle più importanti d’Europa. Nel 1938 impiegava 1.600 dipendenti che lavoravano in un reticolo di gallerie di oltre 50 km tramite 7 pozzi e 4 discenderie. La miniera fu chiusa nell’aprile 1964.

La miniera di zolfo di Perticara oggi è inserita nel “parco dello zolfo di Marche e Romagna”. Fondato nel 2001 il Parco protegge siti di estrazione, di lavorazione, archivi e testimonianze storiche del distretto solfifero marchigiano-romagnolo. 


CHIARIMENTO:

Prima degli approfondimenti tecnici è utile sottolineare che, a memoria di alcuni loresi, dalla fine degli anni ’50 fino agli inizi degli anni ’70 furono anche altre le zone di indagine per la ricerca di idrocarburi, tanto che i racconti orali parlano di “altri pozzi”. Quindi è bene chiarire quanto sopra riportato. Il pozzo perforato a Loro Piceno fu unico, quello N° 3345, denominato Loro Piceno 001, a cura dell’operatore PETROSUD le cui trivelle giunsero alla profondità di m 4003,5, dopo di che il pozzo fu dichiarato ”non produttivo” Tale operazione rientrò nella fase 2, cioè nei Permessi di Ricerca, avendo superato la fase 1 del Permesso di Prospezione. Il pozzo, ovviamente, non avendo dato esito positivo non raggiunse mai la fase 3 di Istanza di Concessione di Coltivazione in quanto non vennero rinvenuti idrocarburi liquidi o gassosi.

Relativamente alle altre zone di indagine non è corretto parlare di “altri pozzi” in quanto furono avviate le ricerche di idrocarburi attraverso dei Permessi di Prospezione (fase 1) utili ad individuare possibili bacini di sedimentazione, per comprendere la struttura geologica del sottosuolo, e l’eventuale presenza di giacimenti minerari solidi, fluidi, gassosi o di falde acquifere. Vennero utilizzati strumenti geofisici (sismica a riflessione e/o a rifrazione), carotaggio e campionamento diretto, strumenti magnetici e gravimetrici. In tale fase la struttura geologica dei luoghi non fu ritenuta idonea, quindi non si giunse alla fase 2 del Permesso di Ricerca con la perforazione di pozzi.


TRATTAZIONE DIVULGATIVA

Perforazione di un pozzo petrolifero

Cenni sulle tecniche di perforazione

La perforazione di un pozzo, come ogni operazione di scavo, presenta la necessità di realizzare due azioni principali:

  • frantumare il materiale roccioso distaccando parti di esso dalla formazione.
  • rimuovere i detriti della frantumazione evitando l’intasamento dello scavo effettuato e permettere un avanzamento continuo della perforazione.

Frantumazione della roccia: nei pozzi petroliferi lo scavo viene solitamente realizzato con una tecnica a rotazione (rotary) in cui l’azione di frantumazione è prodotta dalla rotazione di uno scalpello (figura 1) o carotiere su cui è scaricato il peso in modo controllato.

Figura 1: scalpello di perforazione

Lo scalpello si trova all’estremità di una catena di aste tubolari avvitate fra loro (batteria) e sostenute da un argano. Per mezzo della batteria è possibile calare lo scalpello nel pozzo attraverso una “testa pozzo”(1), trasmettergli il moto di rotazione e pilotare la direzione di avanzamento per la realizzazione del foro.

La parte terminale della batteria subito al di sopra dello scalpello, detta Bottom Hole Assembly (BHA), è la più importante per il controllo della perforazione. Essa comprende varie attrezzature quali:

  • aste pesanti (drill collars), per scaricare peso sullo scalpello;
  • stabilizzatori, a lame o a rulli, per centrare, irrigidire ed inflettere la BHA;
  • motori di fondo e turbine, atti a produrre la rotazione dello scalpello senza la rotazione della batteria;
  • strumenti per misurare la direzione (MWD) e rilevare  parametri litologici (LWD) durante la perforazione
  • sistemi di orientamento dello scalpello;

La batteria ricopre un ruolo fondamentale anche nella geometria e nella traiettoria del foro. Infatti, variando la sua rigidità e/o la sua composizione, il foro può essere deviato dalla verticale o fatto rientrare sulla verticale dopo aver perforato un tratto deviato.

Rimozione dei detriti: viene effettuata attraverso la circolazione di fluidi (fango di perforazione) pompati in basso attraverso la batteria (aste cave) fino allo scalpello e risalenti in superficie attraverso la luce del foro. In superficie vengono filtrati, ricondizionati e pompati ancora a circuito chiuso. Questi fluidi di perforazione assolvono quattro funzioni principali:

  1. asportazione dei detriti dal fondo pozzo alla superficie, sfruttando le proprie caratteristiche reologiche;
  2. raffreddamento e lubrificazione dello scalpello;
  3. contenimento dei fluidi presenti nelle formazioni perforate in conseguenza della pressione idrostatica;
  4. creazione di un pannello di rivestimento impermeabile della parete del foro con funzione di consolidamento e di ostacolo alle infiltrazione nella formazione del fango stesso.

Per svolgere in maniera soddisfacente queste funzioni al variare delle caratteristiche delle rocce perforate, i fluidi sono sottoposti a continue modificazioni delle loro proprietà con l’impiego di specifici additivi.

Sequenza di perforazione:

La realizzazione di un pozzo profondo avviene per fasi successive con tratti di foro di diametro gradualmente decrescenti (Figura 2). Per ogni fase si ripete una sequenza di operazioni come segue:

  • perforazione con circolazione di fluidi di un tratto di foro;
  • rivestimento del foro con tubi metallici (casing o liner);
  • cementazione del casing alla parete del foro;
  • ripresa della perforazione attraverso il casing con diametro ridotto.
Figura 2: casing e cementazioni del pozzo

In dettaglio: perforato il definito tratto di pozzo, viene estratta la batteria e si cala nel foro il casing (tubi uniti tra loro da appositi manicotti). Viene poi pompata malta cementizia a fondo pozzo; questa risale all’esterno del casing fino in superfice riempiendo lo spazio. Lo strato di cemento consolidandosi, oltre che stabilizzare le pareti, consente di isolare tra loro gli strati rocciosi evitando comunicazione tra i fluidi eventualmente contenuti nelle diverse formazioni e il loro inquinamento da parte dei fanghi di perforazione. Dopo la cementazione si cala nuovamente la batteria con uno scalpello di diametro inferiore all’interno del casing e si riprende la perforazione di un successivo tratto di foro, che verrà a sua volta protetto da un nuovo casing. Il raggiungimento dell’obiettivo minerario avviene pertanto attraverso la perforazione di fori di diametro via via inferiore protetti da casing. I principali parametri che condizionano la scelta delle fasi sono:

  • profondità del pozzo;
  • caratteristiche degli strati rocciosi da attraversare;
  • caratteristiche e geometria di strati produttivi.

Note:
(1) La testa pozzo è una struttura fissa che, saldata al primo casing, realizza il collegamento tra il rivestimento del foro e gli organi di controllo e sicurezza del pozzo. Consiste essenzialmente di una serie di flange e valvole di diametro decrescente.

L’impianto di perforazione e suoi componenti principali

Un impianto di perforazione è genericamente costituito da una sottostruttura su cui poggia la torre a traliccio (Fig. 3) che accoglie tutte le attrezzature necessarie alla perforazione e gestione del pozzo.

Figura 3- Impianto di perforazione NATIONAL 80B (impianto usato a Loro Piceno)

Questo insieme assolve le tre funzioni fondamentali per la perforazione:

  • sollevamento e manovra in pozzo degli attrezzi (batteria, scalpello. casing, etc.);
  • rotazione degli organi di scavo (scalpello, carotieri, etc.);
  • circolazione del fluido di perforazione per la rimozione dei detriti.

Segue una generica descrizione degli apparati impiegati per tali funzioni. (vedi Fig. 3.1).

Figura 3.1: organi principali di un tipico impianto di perforazione

Sistema di sollevamento

E’ costituito dalla torre, dall’argano, dalle taglie fissa e mobile e dalla fune di tiro (Figura 4).

Figura 4: sistema di sollevamento (torre tipo Derrick)

La sua funzione principale è sostenere il carico della batteria di aste e permettere le manovre di sollevamento e discesa in foro della stessa, del casing, e di ogni attrezzo calato in pozzo. Deve inoltre mantenere in tensione le aste durante la perforazione in modo che sullo scalpello gravi solo il peso del BHA.

  • La torre: struttura metallica a traliccio. Essa poggia su una sottostruttura di altezza 5-10 m da terra a cui si trova il piano sonda (piano di lavoro degli addetti) e la tavola rotary. La messa in opera della torre consiste nel suo assemblaggio orizzontale a terra, incernieramento alla sottostruttura ed erezione verticale per mezzo dell’argano. Sulla torre, all’altezza pari a tre aste di perforazione, è posizionata una rastrelliera in cui vengono alloggiate le aste estratte dal pozzo.
  • L’argano, alimentato da un proprio motore, è costituito da un tamburo attorno al quale si avvolge o svolge la fune di sollevamento; è dotato di invertitore di marcia, cambio di velocità e dispositivi di frenaggio. In cima alla torre è posizionato un insieme di carrucole (la taglia fissa) che insieme alla taglia mobile, costituita analogamente da pari numero di carrucole, costituisce un paranco a rinvio multiplo. Il gancio di sollevamento è collegato alla taglia mobile attraverso un mollone ammortizzatore.

Sistema rotante

Comprende la “Tavola rotary” (o il “top drive”), la testa di iniezione, la batteria di aste e gli scalpelli.

  • La “tavola rotary”: consiste essenzialmente di un anello rotante azionato da un motore di elevata potenza che, utilizzando appositi cunei amovibili, trasmette il moto di rotazione ad una asta motrice cui viene avvitata l’intera batteria di aste (figura 4). La quota geodetica della tavola rotary è un dato basilare in quanto ad essa sono riferite tutte le misure di profondità del pozzo.
Fig. 5 – Tavola rotary sul piano sonda

Negli impianti più moderni la tavola rotary, è sostituita dal “top drive” consistente in un potente motore sospeso alla taglia mobile per mezzo di un apposito ganci: al rotore viene avvitata la batteria; l’insieme si muove lungo la torre assistito da guide di scorrimento (figura 5.1).

Figura 5.1: Top Drive System
  • La testa di iniezione: è l’elemento che permette il pompaggio del fluido all’interno della batteria mentre questa è in rotazione (eventualmente associata al topo drive). Essa include un sistema per l’avvitamento e lo svitamento della batteria di perforazione e un sistema di valvole per il controllo del fluido pompato in pozzo.
  • La batteria di aste: comprende la colonna di aste di perforazione. Queste sono cave, a sezione circolare e si distinguono in aste normali e aste pesanti (di diametro e spessore maggiore). La rigidità e la stabilità della batteria sono condizionate da particolari attrezzature di fondo. tipo drill collars e stabilizzatori. Tutte le aste sono avvitate tra loro in modo da garantire la trasmissione della torsione allo scalpello e la tenuta idraulica; il collegamento rigido viene ottenuto mediante giunti a filettatura conica (Figura 6).
Figura 6 – Asta di perforazione

Sistema circolazione dei fluidi

Il sistema di circolazione forma un circuito idraulico chiuso che comprende in sequenza: le pompe di mandata, il collettore, le condotte di superficie, la testa di iniezione, la batteria di perforazione, la luce del foro, il sistema di vagliatura solidi, le vasche per il controllo e modifica delle proprietà del fluido.

Il fango viene pompato a pressione controllata nelle aste di perforazione, fuoriesce dallo scalpello al fondo pozzo e risale nel foro fino alla superficie trascinando i detriti di perforazione. Il fluido viene quindi filtrato e ricondizionato in apposite vasche e pompato nuovamente in pozzo. I detriti vengono analizzati dai geologi di cantiere per acquisire conoscenze sulla costituzione delle rocce perforate e poi accumulati in aree dedicate.

Sistema di sicurezza B.O.P.

Una delle principali funzioni del fluido di perforazione è di esercitare una pressione idrostatica tale da contrastare l’ingresso di fluidi di strato nel foro. Tale pressione deve quindi essere sempre superiore o uguale a quella dei fluidi di strato. Se questa condizione non è realizzata questi possono entrare nel pozzo e, in casi estremi, provocarne in breve tempo l‘eruzione. Ragioni di sicurezza impongono quindi un controllo severo del volume di fluido in circolazione. Nell’eventualità di un suo consistente e improvviso aumento, un sistema automatico provvede ad attivare speciali apparecchiature meccaniche dette “blow out preventers” (B.O.P.) montate sulla testa pozzo. Esse hanno la funzione di chiusura totale del foro per bloccare la fuoriuscita dei fluidi. Poiché l’eruzione può avvenire anche attraverso la batteria di aste, viene impiegato anche un apparato a morsa tranciante in grado di bloccare pure questa via di fuga.

La cantina e la testa pozzo

La realizzazione della “cantina” è operazione preliminare alla installazione dell’impianto di perforazione. Essa consiste in uno scavo a pianta rettangolare o quadrata eseguito sulla ubicazione del pozzo da perforare, che viene rivestito da muri reggispinta e sul fondo da una soletta in cemento armato ove si lascia il foro entro cui si imposterà il pozzo. La struttura è completamente interrata, di profondità compatibile con l’altezza delle apparecchiature di sicurezza necessarie in fase di perforazione. La superfice varia in funzione del tipo di impianto e di testa pozzo. Le dimensioni sono generalmente comprese tra 4 e 5 m di profondità con un’area di 20-40 mq (Figura 7).

Fig. 7 – Schema di cantina con testa pozzo e colonne casing

La chiusura mineraria.

La chiusura mineraria di un pozzo è la sequenza di operazioni che precede il ripristino e rilascio dell’area in seguito ad una constatata sterilità del pozzo o al termine della vita produttiva. La chiusura mineraria si ripromette di ripristinare le stesse condizioni idrauliche precedenti l’esecuzione del foro al fine di: 1) evitare l’inquinamento degli acquiferi e la fuoriuscita in superficie di fluidi di strato; 2) isolare i fluidi di diversi strati ripristinando le chiusure formazionali. Questi obiettivi si raggiungono con l’uso combinato di:

  • Tappi di cemento: tappi di malta cementizia eseguiti in pozzo per chiudere uno o più tratti di foro come necessario per soddisfare i requisiti sopra menzionati.
  • Squeeze di cemento: iniezione di cemento ad alta pressione per sigillare quelle rocce porose che hanno dato luogo a produzione o comunque sono state oggetto di prove di produzione.
  • Bridge-plug/Cement retainer: tappi meccanici che vengono calati in pozzo e fissati alle pareti.

Dopo l’esecuzione dei tappi di chiusura mineraria, la testa pozzo viene smontata. Lo spezzone di colonna che fuoriesce dalla cantina viene tagliato a -2,5 – 4 m sotto dal piano campagna originario e su questo viene saldata un’apposita piastra di protezione (“flangia di chiusura mineraria”).

Ripristino territoriale:

Al termine delle operazioni di chiusura mineraria si procede al ripristino del sito per riportarlo allo stato preesistente ai lavori. Si esegue lo smantellamento di tutte le opere realizzate e l’asportazione della massicciata, poi il terreno viene rimodellato e riportato ai valori di naturalità e vocazione produttiva antecedente alla realizzazione della postazione. Tutti i materiali di risulta vengono smaltiti presso impianti autorizzati in conformità alla legislazione vigente.

(informazioni tratte da siti Web)

La stesura del presente testo è stata possibile grazie a Basilio Grasselli al quale vanno i miei ringraziamenti.  E’ stato una fonte preziosa di informazioni e dettagli tecnici nonché eccellente supporto nel fornire suggerimenti utili a rintracciare i dati relativi al pozzo di Loro Piceno, data la sua pluridecennale esperienza nel settore.

Maria Donata Bracci